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VIA DELLA VILLA (ex via IV Novembre)

CAROLINA POLLA

Mi sento in dovere di scrivere qualcosa sulla Vila (Via della Villa) io che nella Vila sono nata e dove sono nati i miei genitori e i miei avi paterni e materni. Anche dopo sposata sono rimasta nella Vila, ho quasi settant’anni e spero di rimanerci ancora per molti anni. Questa è una delle strade più antiche di Caldonazzo, la più pittoresca; tanta gente vi è nata e poi ha costruito una nuova casa in periferia del paese, ma della Vila ha un bel ricordo e ritorna volentieri.

Io ricordo bene tutte le persone che abitavano negli anni ’40 – ’50. Voglio raccontare qualcosa di quegli anni.

Tutti gli abitanti di allora, la gran parte contadini, possedevano un orto, qualche campo dove coltivavano patate, fagioli, frumento, orzo, mais; qualche prato in più permetteva di allevare una mucca. I più bacani avevano un paio di mucche, un asino o un cavallo, un maiale, 2 – 3 pecore o capre, i più poveri 3 – 4 galline, dei conigli. Con le bestie da tiro (buoi, cavalli, asini) si aravano i campi e si portavano a casa i frutti della terra; la maggior parte possedeva solo un carretto, che sopra i ciottoli della strada faceva un gran fracasso, perché le ruote erano di legno con i sercioni di ferro.

Nel cortile di ogni casa c’era un letamaio aperto con tutte le sue puzze, che in estate era infestato di mosche. Non mancavano in ogni famiglia le pulci ed i pidocchi.

Le case avevano tutte i pontesei, le scale e i soffitti di legno, i baiti erano pieni di fieno e strami (le piante del granoturco essiccate).

In fondo al pontesel c’era il cesso (gabinetto), sempre di legno, con le assi a volte molto sconnesse che bisognava stare attenti a non caderci dentro. Non esistevano né acqua né carta igienica; un paio di volte all’anno si vuotava il pozzo nero e si portava il contenuto in campagna come concime. I ragazzi, oltre ad andare a scuola, avevano il compito di aiutare i genitori nei lavori dei campi: portavano le mucche o le pecore al pascolo, andavano al caseificio (casel) a consegnare il latte ed a prendere la broda per i maiali, alla fontana per acqua ed a prendere la legna.

I contadini che non avevano figli, o qualcuno che potesse adempiere a tali incombenze, in estate assumevano i ciodeti (bambini provenienti dal confinante Veneto). Erano bambini o bambine di 10 – 12 anni che pagavano con poche lire; nelle ore libere, la domenica, potevano andare a messa o a vespro. Facevano pena perché, lontani dalle loro famiglie, avevano molta nostalgia.

Si lavorava, ma si aveva anche tempo di giocare: alla palla, a nascondino, alla busta, al campanon, alle pallottole, a rincorrersi, in inverno a tombola, a tria; se nevicava si formavano sulle strade dei crostoni di ghiaccio e neve battuta e allora si andava con la slitta o si slizolava sul ghiaccio con le galmere.

Le cucine delle case erano riscaldate dalla fornasela (cucina economica), ma c’erano molti spifferi perché le finestre e le porta non chiudevano bene. Nelle stanze, se il fornel non fumava troppo, si stava abbastanza bene; il letto con i paioni di scocioni era molto scomodo e le coperte pesavano. Si mangiava tutti i giorni polenta con crauti o fagioli, verze, patate, spinaci; in estate tanta insalata, alla sera minestrone, bro brusà, mosa e fregolotti e tanto latte. Qualche volta gli strangolapreti, due o tre volte l’anno canederli. Mia mamma faceva la sfoglia per le tagliatelle (nelle feste importanti), il formaggio si mangiava tutti i giorni e le lucaniche venivano tagliate in fette sottilissime perché dovevano durare molto. Dopo cena la famiglia si riuniva per recitare il rosario.

In via della Villa c’era una bella fontana, dove ora c’è il parcheggio dell’Albergo alla Torre, che era un’attrazione per noi ragazzi. Lì si attingeva l’acqua che serviva per casa, si lavavano l’insalata ed i panni, si risciacquava la liscia o bugada; si cercava di fare questi lavori al mattino presto quando l’acqua era più pulita. Al sabato si lavavano la vasca della fornasela e i crazidei di rame con la farina gialla, aceto e sale; questa operazione di lucidatura era chiamata beleto. Con l’acqua della fontana, in estate, si annaffiavano gli orti e, in autunno, si riempivano le botti per farle stagnar.

La gente della Vila era semplice ed unita; le famiglie si aiutavano a vicenda. Se a qualcuno moriva una bestia la portavano al macello e tutti comperavano un pezzo di carne, per contribuire a fare in modo che la famiglia avesse il denaro per sostituirla. Se l’animale moriva di malattia infettiva si doveva seppellire e allora si andava di casa in casa per poterlo rimpiazzare.

Ricordo che nel 1943 un incendio distrusse il tetto delle case di cinque famiglie e che i danni furono ingenti, perché i sottotetti erano pieni di fieno e di legna, inoltre le case furono danneggiate anche dall’acqua impiegata dai pompieri per domarlo. I vilaroti si rimboccarono le maniche e portarono via le macerie e, dopo che il Comune assegnò il legname per rifare i tetti, nel giro di pochi giorni misero al riparo gli abitanti delle case.

Nel 1943, in piena guerra, i vilaroti, per proteggersi dalle bombe, non sapendo quanto la guerra sarebbe durata, costruirono un rifugio a semicerchio ai piedi del Monte Rive.

Fu armato con tronchi e assi; quando si entrava ci voleva l’ombrello perché c’erano infiltrazioni d’acqua. Il rifugio fu costruito a piovego (senza paga).

Gli abitanti della Vila erano una grande famiglia dove non c’era invidia (non c’era da invidiare nulla essendo tutti poveri quasi alla stessa maniera); in tutte le case c’era un nonno o una nonna che raccontavano le proprie vicissitudini e le proprie esperienze. Raccontavano di duro lavoro di zappa, vanga, falce, di allevamento dei bachi da seta. La coltivazione del baco da seta ci occupava per un mese all’anno; si facevano le corse per raccogliere le foglie del gelso da dar da mangiare ai bachi, che dovevano essere asciutte altrimenti i bachi si ammalavano.

La mia è stata una delle ultime famiglie ad allevare i bachi: ½ oncia e se andava bene si potevano ricavare circa 50 chili di galete (bozzoli).

Io e mia mamma, nel 1944, ci recammo con il carro a Pergine alla Filanda a consegnarle; durante il tragitto guardavamo continuamente in alto per paura che qualche aereo potesse bombardare.

Voglio citare un episodio che spesso si sentiva raccontare nella Vila, dove si diceva avessero abitato le streghe. Mi spiace non avere ascoltato in modo più attento, ma mi faceva paura sentirlo raccontare ed allora non ho approfondito il fatto.

Si diceva che un giorno due donne (streghe) della Vila bisticciarono a lungo. Ad un certo punto una di questa disse all’altra: “Questa sera quando andrai nella stalla a mungere la mucca, al posto del latte ti darà sangue!”. Così accadde. Mio padre diceva di averle conosciute, conosceva nome e cognome. Questo fatto accadde agli inizi del ’900.

Finisco la mia testimonianza facendo un elenco degli abitanti “de zo per la Vila” con i loro rispettivi soprannomi cominciando dal fondo. L’elenco, sicuramente incompleto per qualche involontaria dimenticanza, si riferisce agli anni ’40-’50. Molte famiglie dell’elenco abitano ancora nella via.

  • Gennari Giobatta (detto Tita) originario di Luserna, una specie di veterinario che veniva chiamato se c’erano animali domestici ammalati e che svolgeva il servizio gratuitamente; 
  • Tonezzer Agnese (Lova), con lei viveva la “Trinele”; 
  • Famiglia Curzel (Margoti); 
  • Famiglia Menegoni (Miri); 
  • Iseppi Lorenzo (Moro Drazar) con la sorella; 
  • Paldaof Giacomo (faceva le previsioni del tempo, a volte indovinava); 
  • Famiglia Agostini (Montegani); 
  • Famiglia Marchesoni – Broso (Parolotini); 
  • Famiglia Campregher (Re Bruti); 
  • Famiglia Brida (del famoso pittore Angelico); 
  • Famiglia Agostini (Maoni); 
  • Marchi Giovanni; 
  • Famiglia Brida (Pacifici); 
  • Famiglie Vigolani Francesco, Antonio, Bepi; 
  • Famiglia Curzel (Margoti); 
  • Famiglia Brida (Chela); 
  • Famiglia Vigolani (Sisti); 
  • Famiglia Campregher Vigilio (Terori); 
  • Brida “Angi”; 
  • Famiglia Tiecher (Rizoti); 
  • Famiglia dei “Pesavento” (emigrati tutti in America); 
  • Famiglia Gretter; 
  • Franceschini Giovanni (della cooperativa); 
  • Famiglia Broso; 
  • Famiglia Tonezzer; 
  • Brida Davide; 
  • Costa Belisario e Alberto; 
  • Wolf Pasquale e Tito; 
  • Famiglia Conci (Machi); 
  • Famiglia Franco (Robiati); 
  • Tonezzer Alfonso; 
  • Famiglia Agostini Rastelli (Betotoi); 
  • Gori Francesca; 
  • Agostini Lisa (Maona); 
  • Famiglia Menegoni (Lovati); 
  • Bortolo con Carmela; 
  • Wolf Ginevra e Tullio (detto Volpe); 
  • Menegoni Angelina; 
  • Famiglia Pola (Lepidi o Treni); 
  • Famiglia Ganarin; 
  • Famiglia Bortolini Pietro (Piatela); 
  • Polo Venceslao; 
  • Ciola Orazio e Catina (Tenaroti); 
  • Famiglia Zangoni; 
  • Famiglia Bernabè; 
  • Bort Giuseppe (Botaro); 
  • Bort Giuseppe; 
  • Campregher Lorenzo (Teror); 
  • Famiglia Agostini (Postin); 
  • Famiglia Prati (Naneti); 
  • Bort Lucia; 
  • Polla Luigia (Gigiota Sica); 
  • Iseppi Virgilio con la moglie Popelka Augusta; 
  • Famiglia Dalprà (Criaore); 
  • Famiglie Marchesoni (Gegi); 
  • Schmid Carlo; 
  • Famiglie Marchesoni (Bailoni); 
  • Famiglie Polla (Pampei); 
  • Lorenzi Placido (Bifi, che possedeva un piccolo negozio); 
  • Famiglia Carlin (Lampi) – casa Ferrari; 
  • Famiglia Martinelli – Pola (Polete); 
  • Famiglia Campregher (Mori); 
  • Zandonai Oreste e Leopolda; 
  • Famiglia Prati (Cleti); 
  • Famiglia Murara (Botoni); 
  • Famiglia Marchesoni (Polachi); 
  • Lorenzi Vigolani Leopolda con i Lanfro; 
  • Famiglia Curzel (Becaroti – Balechi); 
  • Conci Eustacchio (Maco); 
  • Famiglia Gretter; 
  • Famiglia Pasqualini (Barbatoteni); 
  • Regensburger Bernardo e Dario; 
  • Famiglia Tecilla (Tezili); 
  • Famiglia Curzel (Orbagari); 
  • Famiglia Gasperi (Gedi); 
  • Famiglia Gretter (Prussi); 
  • Gasperi Emma e Vittoria (Perlone). 

Attualmente molte case sono state acquistate da persone che vi trascorrono solamente le vacanze estive, altre sono affittate a persone che le abitano per pochi anni poi se ne vanno.